...se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare. Quando il bambino era bambino, non sapeva d'essere un bambino. Per lui tutto aveva un'anima, e tutte le anime erano tutt'uno. Quando il bambino era bambino, su niente aveva un'opinione. Non aveva abitudini. Sedeva spesso a gambe incrociate, e di colpo sgusciava via. Aveva un vortice tra i capelli, e non faceva facce da fotografo. Quando il bambino era bambino...
Chissà perchè va sempre a finire così, un'amica mi telefona, mi racconta che stasera va a ballare, mi dice che devo comperarmi il vestito per la laurea, che non posso andare in maglione, e io so solo tirare fuori la mia disillusione e la mia inadeguatezza a queste cose. Dovrò adattarmi, giacca e cravatta, sennò come posso anche pensare di sostenere dei colloqui. Mi fa l'esempio di un'altra ragazza laureatasi da poco, che era in tailleur sia alla discussione che alla proclamazione. Un modello da seguire... di finzione. A me queste cose fanno solo ridere, sugli altri, e tutt'al più mi imbarazzano. Ma in che modo sono diventato così estraneo alla realtà che mi circonda? So solo che non me ne frega più niente e andrei a fare volentieri un lavoro semplice semplice, tanto più che sono sempre più persuaso che reiscrivermi all'università sia stato un errore, per come sono fatto. Allontano progressivamente da me le persone che si sono interessate quando mostravo qualche ottimismo. (oddio, adesso sembro quel personaggio de "La messa è finita" di Nanni Moretti che convocava gli amici per dirgli che non voleva più vederli ...poi finisco sempre per fare il melodrammatico. vado a rileggere la tesi, vah... ;) (Schubert, Sonata D894, Volodos)