Quando il bambino era bambino...

...se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare. Quando il bambino era bambino, non sapeva d'essere un bambino. Per lui tutto aveva un'anima, e tutte le anime erano tutt'uno. Quando il bambino era bambino, su niente aveva un'opinione. Non aveva abitudini. Sedeva spesso a gambe incrociate, e di colpo sgusciava via. Aveva un vortice tra i capelli, e non faceva facce da fotografo. Quando il bambino era bambino...

Sunday, May 21, 2006

 
Quando un paio di anni fa ho ricominciato a correre, correvo dieci minuti e poi stretching, di più la ragazza con cui allora stavo preparando gli ultimi esami non ce la faceva, e comunque ricordo che andammo avanti per diversi mesi incrementando gradualmente, ma sempre molto sotto le mie possibilità. Imparai così un modo diverso di correre, dosando le forze, graduale, completamente diverso da quando correvo da solo, sempre come un forsennato dall'inizio alla fine. Una domenica, inattesa, arrivò a casa mia in tuta, andammo come al solito sul lungoPo ma non ne aveva tanta voglia, la corsa finì presto per diventare una lunga passeggiata, sul ponte a guardar giù i canottieri e tutt'intorno bambini vocianti e famigliuole, ma io mi sentivo così in pace con lei vicina, era così bello... "capita a tutti di perdere un amore. Ogni volta che succede a me, mi scarico correndo, perchè così butto via tutti i liquidi dal corpo, e non me ne restano più per le lacrime" (Hong Kong Express) ...quell'amicizia fu l'inizio di una vera e propria rinascita, allora era quella la mia massima intimità con un essere dell'altro sesso e se ora posso permettermi di ricordare quella giornata e l'importanza che le diedi con un sorriso indulgente è perchè dopo è andata meglio. Anche quest'anno ho ricominciato a correre, prima piano e con fatica, poi anche due - tre giorni consecutivamente, per una buona oretta. Beh, l'oretta comprende anche una pausa a metà percorso per un quarto d'ora di stretching, mentre in realtà aspetto che passi qualche fanciulla in direzione opposta per accodarmi, nell'evidente illusione di un approccio (come si fa ad attaccare discorso con una ragazza mentre corre? l'altro giorno una si è anche fermata, anch'ella sotto il ponte a fare stretching, io dopo un po' gambe in spalla ho fatto retrofront e ho ripreso a correre :) ...comunque, è bello quando il fisico inizia a rispondere, ormai "digerisce" il percorso che faccio e non faccio più molta fatica, posso tranquillamente portarmi dietro le cuffie e oggi ascoltavo all'andata il terzo di Rachmaninov splendidamente suonato da Pletnev e "Certi angoli segreti" di Enrico Rava con Stefano Bollani; e al ritorno, questa interessantissima lezione di Ramachandran sull'arto fantasma (che bella l'idea di rendere disponibili le Reith Lectures: questo è servizio pubblico!). Non essendo spossato al ritorno, mi sono permesso di passare a prendere il kebab e di andare a mangiarlo a casa dell'amico Josh, con cui abbiamo parlato dell'insipienza dei localini trendy e della consapevolezza (di ciò) delle persone che li frequentano; dopodichè siamo usciti a passeggiare (era pur sempre sabato sera! :), un gelato e poi dentro alla Feltrinelli aperta di sera, anche se siamo stati cacciati fuori molto in anticipo sulla mezzanotte prevista di chiusura; sull'orologio fuori dalla libreria, d'altronde, campeggiavano le undici meno venti, e "Cappuccetto rosso e gli insoliti sospetti" doveva iniziare a mezzanotte nel cinema attiguo; il tempo di tornare a casa (lì a due passi) a berci un po' d'acqua ghiacciata (io), con dello sciroppo di malto (lui); tornati al cinema, non ci fecero più entrare: una fiumana di gente usciva, e noi a ritroso, e a fatica capimmo che quell'orologio era in realtà indietro di un'ora (era già l'una, spettacoli finiti). Serata economica (3.50 per il kebab e 1.30 per il gelato), e divertente. (foto: il tratto del lungoPo davanti a quel ponte, quest'inverno)

Wednesday, May 17, 2006

 
Un altro dei dubbi che percorrono le mie giornate è la tentazione, forte, di tornare nei luoghi in cui sono cresciuto, in cui si è formata la mia personalità, le montagne che vedevo ogni mattino, vedere fin dove aveva nevicato la notte prima, le cime imbiancate, gli alpeggi... (sì, Heidi, le pecorelle, vabbè :) ...ma intanto un ritorno c'era già stato, l'anno di servizio civile in croce rossa, esattamente tra medicina e chimica, e non fu un periodo facile tornare a vivere con i genitori e cercare di studiare senza esserne più capace, una sensazione di forte impotenza alla fine della giornata, e questa dovrebbe già essere un'indicazione. E poi sono ricordi dell'adolescenza i miei, e come sempre i miei ricordi diventano belli, ogni periodo, per quanto difficile, nella mia memoria diventa bello e spensierato, mentre bisognerebbe vedere veramente dove stava poi questa spensieratezza all'epoca... e allora forse è meglio che i ricordi restino tali, che la sensazione di amara dolcezza che mi suscita in questi giorni rivedere un film come Risvegli e riascoltare quella musica che quando facevo il liceo registravo su cassetta dalla televisione, rimangano sensazioni rivissute qui nella città, nel presente, è meglio che non cerchi di tornare tra le mie montagne a rivedere Risvegli tra le mura di casa e fuori le montagne, alla ricerca di quello stato di spensieratezza "perduta", perchè farlo non avrebbe molto senso. Perchè il passato non torna e poi non era chissà quale bel passato, erano le speranze per il futuro ad essere belle, quelle sì, ma non posso tornare indietro. In quei giorni, probabilmente anche grazie a questo film, si formava quella curiosità per i fenomeni della mente che mi avrebbe portato alla medicina, ma allora la cosa mi interessava molto. Eppure tuttora, mettere i piedi sulla mia terra, avere come punti di riferimento visuali quelle montagne, che con le loro prospettive da sole mi dicono in che punto della valle mi trovo, sentire il profumo della terra e dell'erba, è sempre una sensazione particolare. (foto: il lago di Mergozzo in una domenica pomeriggio di inizio aprile)

Friday, May 12, 2006

 
La verità è che ho preso dallo scaffale Sussurri e Grida la settimana scorsa, ne ho visti cinque minuti e poi ho spento, e non sono riuscito a tornarci sopra. Nel frattempo mi sono rivisto Risvegli, Noises Off (Rumori fuori scena) e, per la prima volta, The Big Lebowsky. Lunedì sono stato a trovare un mio lontano cugino, insegnante di italiano, appassionatissimo di etimologia. La domanda che ponevo a lui era la stessa che faccio a tutti in questi giorni, se dopo dieci anni di grande città (se Torino può essere una grande città) mi trasferisco di nuovo in provincia, in valle, riuscirò a sopportarlo? Lui diceva che sì, alla mia età ha fatto questa scelta e non se n'è mai pentito, però poi diceva che così poteva stare vicino ai genitori e per un figlio unico è importante perchè invecchiano e non staranno sempre bene, e il suo appartamento poco illuminato era pieno di mobili antichi e dipinti del seicento, era circondato di cose vecchie, a lui piace così ma io non riuscivo ad apprezzare l'atmosfera. Hai voglia a dirmi che anche lì in provincia si trovano persone interessanti, io immagino un repertorio di tipi umani limitato e giocoforza simile a quelli che ho conosciuto nella mia infanzia. Poi c'è l'altro lato della medaglia, quando ripercorrendo con la mente il paesino dove andrei ad abitare, penso alla strada che porta alla stazione, alle scritte sui muri che ricordo ancora così bene, in quella strada che facevo tutte le settimane andando e tornando dalla scuola di musica. Non sono solo queste le cose, ma per dare un'idea. Sono cambiato molto e specialmente negli ultimi due anni, il mio interesse si è spostato dalla musica, attraverso i film, dalle persone dei film alle persone reali che ci sono attorno a me, mi sono risvegliato e ho paura, venendo a mancare questi stimoli continui, di regredire, tornare il solitario e introverso amante dell'arte che ero quando ho lasciato questi luoghi. L'alternativa è tra altri due anni all'università e un interessante lavoro a tempo indeterminato nella valle in cui sono cresciuto. Devo capire se sono pronto per diventare adulto o è meglio restare ancora un po' tra le braccia rassicuranti della scuola, e se riuscirò a godere i vantaggi del vivere lassù, senza perdere i contatti e la vivacità culturale di cui ho goduto, anche se solo in parte, qui a Torino. In teoria, in teoria è perfetto, la splendida rigogliosa natura e le mie montagne, un pianoforte e i luoghi della memoria, e poi via, lontano, verso concerti e persone. Non mi adagierò poi? I genitori vicini, castranti... e un modo di ragionare superficiale, e per niente innovativo, di persone che hanno visto poche cose e con quelle valutano il loro mondo. Eppure, gli artisti americani popolano ben la campagna toscana, e allora? E poi torna fuori il mio lato sovversivo, fino a pochi mesi fa ero una larva che rinviava ogni giorno la spedizione dei curriculum, tornavo a casa per fare lezioni di guida con mio padre (ideale, per far crescere un bel rapporto come il nostro) ed ero contento se potevo dirgli di una lettera di cortese rifiuto, vivevo alla giornata tanto per avere qualcosa da dirgli, e adesso che mi sono andati bene tre colloqui e mi piombano offerte da destra e sinistra dovrei sentirmi realizzato, al culmine del mio percorso di studi, laurea con frode ed ecco i vantaggi, mi chiamano e con la mia faccia tosta faccio pure bella figura e vogliono assumermi. Ma io tre mesi fa volevo fare il panettiere, e non è che sentirmi inserito nel sistema, pronto a soppesare i centomila euro in più di un contratto rispetto ad un altro mi faccia sentire particolarmente realizzato. Continuo a non capire, si esige di più perchè uno ha studiato e il lavoro è duro e bisogna produrre, e senza sbagliare nulla, ma per cosa dovrei farlo, è per una soddisfazione personale vogliono convincermi. Il grande Lebowski aveva capito tutto. (foto: il lungoPo una mattina di due settimane fa)

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